domenica 18 dicembre 2011

Cosa dev'essere un giornale

Su proposta del Circolo del Franciacorta-Sebino, e seguendo il loro esempio, i Giovani Democratici bresciani si stanno, in questi ultimi mesi, dotando anch'essi di un proprio giornale.
Dico volutamente giornale, anziché giornalino, perché penso che già dal nome un progetto di questa ampiezza meriti rispetto e considerazione fin dal proprio nome.
Scrivere, e pubblicare, un giornale non è un qualcosa che si può fare a cuor leggero, esso richiederà l'impegno da parte di tutti, perché esso è il primo mezzo con cui si fa informazione e politica. La politica è informazione e l'informazione è politica. L'obbiettivo che i Gd bresciani devono porsi attraverso il loro foglio non è solo fare propaganda, ma raccontare i fatti e contestualmente portare la propria analisi e la propria visione di essi e conseguentemente imporre - a livello culturale - queste riflessioni non solo ai propri coetanei ma anche e soprattutto al Partito Democratico. La creazione e la pubblicazione - con vari formati - viene ad assolvere quel ruolo di pungolo che i giovani hanno nei confronti dei grandi.

Qualcuno adesso potrebbe ribattermi che nell'era di internet e delle televisioni i giornali sono superati. Un giornale non è solamente la carta con cui viene stampato, sono i temi che vengono trattati, i toni con cui vengono trattati. Il giornale è l'opposto della superficialità della comunicazione moderna (come dice anche Reichlin).
Non è un caso che sempre più gente, anche nell'era di internet, vada alla ricerca di giornali online sui quali informarsi e costruire una propria idea.Con internet siamo tornati alla ricerca dell'informazione di qualità. Paradossalmente dopo 20 anni di comunicazione visiva siamo tornati alla comunicazione scritta, seppur su altri supporti.
Internet quindi non è l'avversario del giornale, anzi al contrario gli da nuova vita e apre nuovi spazi anche a coloro che, come i Giovani Democratici bresciani, non possiedono i mezzi tecnici e finanziari dei grandi gruppi editoriali.
Per descrivere il mio concetto di giornale, meglio di ogni mia parola possono le parole di Alfredo Reichlin che per commentare la messa online di tutto l'archivio storico dell'Unità scrive un editoriale spiegando cosa fosse L'Unità e più in generale cosa dovrebbe essere, o aspirare ad essere, un qualunque giornale che punti ad essere tale.

Prima di lasciarvi alla lettura dell'articolo ci tengo a dare un solo consiglio: colui che si accinge a leggere le parole di Reichlin dovrebbe spogliarsi dalle proprie possibili pregiudiziali nei confronti di un giornale e di un'esperienza politica. Le parole di Reichlin vanno analizzare aldilà del discorso incentrato su L'Unità e portare su un piano più alto

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Il Corriere degli operai 

di Alfredo Reichlin da L'Unità del 2 Ottobre 2011


Mi chiedono di commentare questa impresa davvero notevole: la messa a disposizione di tutta quell’immensa mole di fatti, idee, scritti, narrazioni e commenti che rappresentano la collezione dell’Unità.

L’Unità è stata gran parte della mia vita. Ne divenni direttore a trent’anni, alla vigilia del famoso 1956 (il rapporto segreto e il crollo del mito sovietico). Ero entrato nella sua redazione poco dopo la Liberazione di Roma e avevo fatto tutti i mestieri, dalla cronaca nera ai resoconti parlamentari. Dopo sei anni e in conseguenza di un serio dissenso politico sul rapporto tra il Pci e il centro-sinistra passai a fare altro. E poi, in un’altra stagione politica (1976, Berlinguer, il compromesso storico), fui chiamato nuovamente a dirigerla. Per altri sei anni. Una vita. Vorrei evitare nostalgie e commemorazioni. Sono sempre più assillato dalla consapevolezza di questa vera e propria mutazione del mondo. So anch’io che il mondo è sempre cambiato. Ma adesso si tratta della fine della sua occidentalizzazione. Sei secoli. Si tratta dell’Europa, il luogo dove si è inventato tutto e il contrario di tutto; lo Stato e la rivoluzione, la libertà e il fascismo, la democrazia, la destra e la sinistra. È l’avvento non solo di nuove potenze ma di una nuova identità. Quindi di un diverso pensare se stessi, quindi la realtà.

Ho dei nipoti, giovani, adolescenti. Sono sicuro che mi tengono in buona considerazione. Ma, se vogliamo dire la verità, io mi accorgo che essi, al fondo, non sono molto interessati alla mia storia. Certo non sono indifferenti ma ciò che io leggo in loro è il travaglio e perfino la sofferenza di una nuova generazione che è alla ricerca di nuovi significati e che pone – senza riuscire nemmeno a formularle - nuove domande sul futuro. In sostanza domande di valori ai quali il narcisismo e il politicismo del ceto politico non è in grado di rispondere.

Stiamo attenti: anche questo alimenta l’antipolitica. E la sinistra non è innocente. Dunque, questo è il mio commento alla nuova lettura che si può fare dell’Unità. C’è nella storia di questo giornale qualcosa che risponda alle domande dei miei nipoti? Lasciamo stare le apologie. Ho vissuto la vita quotidiana di questo giornale e so quanto siamo stati anche faziosi e settari. Conosco la fretta con cui si lavorava e quindi gli errori e le sciatteria. Ma l’Unità non fu soltanto l’organo di un partito e che partito: il partito comunista. Fu una grande invenzione. È esattamente per questo che essa incise sulla storia dell’Italia repubblicana. Perché fu una cosa molto pensata di cui non esisteva il paragone. Non solo in Italia. Fu una costruzione complessa, ispirata fondamentalmente da Palmiro Togliatti e molto discussa in un gruppo di giovani e di intellettuali di cui anch’io ho fatto parte. L’idea di Togliatti era molto chiara: il nostro modello, diceva, non è il vecchio Avanti delle vignette anticapitalistiche di Scalarini, né tanto meno la Pravda ma il Corriere della Sera. Vogliamo fare della classe operaia la nuova classe dirigente? Allora dobbiamo dare ad essa un grande giornale capace di battersi con i giornali della borghesia sul terreno della informazione sui fatti reali del mondo, che dica la sua su tutta la vita sociale, compreso lo sport e lo spettacolo. Questa fu la nostra missione. Non fu solo quella di trasmettere le direttive del partito ma di dare battaglia sul terreno dell’egemonia (egemonia intesa in senso gramsciano ndr). E fare ciò cominciando dalla capacità di competere con gli altri nel definire l’agenda politica e ideale del Paese. E così uscire dalla subalternità. Qualcosa di più profondo dell’essere lo strumento al servizio del popolo per farsi giustizia (mi minacci? io lo racconto all’Unità). E tutto questo non a parole ma facendo un giornale che era un giornale, un giornale, e un giornale. Un grande giornale che la domenica vendeva un milione di copie.

La domanda è: chi detta oggi l’agenda del Paese? Certo non noi, ridotti come siamo quasi al silenzio. A me pare che qui sta l’attualità del racconto che voi mi costringete a fare ai miei nipoti. I quali vivono in un Paese dove gran parte del ceto politico (non tutto per fortuna) ha ceduto il comando non solo all’oligarchia finanziaria ma al giornalismo più straccione che lusinga il suo narcisismo invitandolo a schiamazzare nei talk show televisivi e accettando perfino che la trasmissione venga aperta da un comico che li sbeffeggia (tra le risate di tutti). A questo ci siamo ridotti? Certo, la sinistra non possiede più l’alto linguaggio etico-politico, di condanna civile del cardinal Bagnasco. La sinistra – come sappiamo e tutti diciamo - deve rinnovarsi in tante cose. Secondo me, tra queste, c’è una nuova riflessione che deve fare sull’importanza dei giornali. Perché i dirigenti non scrivono gli editoriali? Come pensano di far camminare le idee se ne hanno? Idee non le solite battute di una intervista televisiva. È vero, è in tv che si forma quella cosa fondamentale che sono i costumi i modelli di pensare. Ma a monte ci sono pur sempre le idee, le grandi decisioni. Dopotutto la cultura dominante è quella della classe dominante, ed è a essa che il sistema dei media si adegua. Concludo. Alla fin fine che cosa chiedono i miei nipoti se non ridare senso e significato alle loro esistenze, se non il bisogno di tornare ad essere padroni delle proprie vite? È ciò che cercano. Sappiano allora che questo fu il grande messaggio dell’Unità. Non fummo un grande giornale popolare e di massa perché raccontavamo balle o pubblicavamo storie di puttanieri. Ma nemmeno lo fummo solo perché denunciavamo le ingiustizie. Lo fummo perché ci costituimmo come strumento di una costruzione democratica, cioè del protagonismo (per una volta tanto nella storia italiana) delle masse.
Spero si capisca l’orgoglio e la piena dei sentimenti di chi faceva quel giornale e vedeva l’operaio del cantiere di Taranto (l’ho conosciuto) che rischiava il licenziamento perché si ostinava a varcare i cancelli della fabbrica, all’alba con in tasca l’Unità. C’è una grande discussione sulla “casta” e sul modo di fare politica. Non mi piace. Io ricordo che quasi ogni sera un uomo come Palmiro Togliatti prima di andare a casa passava dalla redazione in via IV novembre. Parlava con noi e si faceva portare una birra prima di mettersi a scrivere un commento con l’inchiostro verde. Vedi, mi diceva, sta attento al linguaggio: quello della politica deve parlare ai cuori e alle menti e non imitare il linguaggio povero e rissoso dei giornali. Leggi Stendhal. Purtroppo ho perso i bigliettini che mi mandava ogni giorno per commentare un film o la cronaca del Giro d’Italia. Arrivavano a sera anche gli intellettuali che scrivevano la “terza pagina” e ponevano al povero Ingrao problemi impossibili. Pietro commentava in prima pagina il passaggio dal neo-realismo alla commedia all’italiana. Si lavorava come matti e l’ultimo camioncino portava a casa il direttore verso le due.

venerdì 16 dicembre 2011

Ma Riformisti è davvero la parola giusta?

Dopo la serata di ieri, a cui accosto l'incontro dei Cattolici del Pd di qualche settimana fa, possiamo intravedere, o tentare di farlo, quali sono le strade che sta cercando di imboccare un Partito Democratico che finora ha faticato a trovare una propria rotta più che un timoniere in grado di tenerla.

Per trovare una rotta ci si affida, forse inutilmente, a parole che hanno un forte peso storico, più che politico almeno in Italia. Succede cosi che il senso dell'incontro di ieri più che dalla parola Riformismo, può essere sintetizzato da una frase dell'onorevole Orlando: "la crisi del berlusconismo sta permettendo una nuova suddivisione interna del Pd che non ha più come riferimento le persone, ma bensì gli interessi di fondo e le idee".

Infatti la parola Riformismo è stata ieri più un pretesto per avviare un percorso di riflessione politica più che il vero leitmotiv della serata, non risultando completamente adatta a racchiudere in se tutte le riflessioni a cui si è assistito.
Il perché di ciò è apparso palese dagli interventi, per chi fosse presente, ed è stato poi espresso chiaramente dal solito Orlando che nella sua digressione storica ha fatto ben comprendere che la parola Riformista, se non riempita di contenuti specifici, ha uno scarso valore politico e tematico.
Lo stesso Maurizio Martina ha aggettivato la parola riformista come timida nonostante poi abbia riconosciuto la validità degli interventi che lo hanno preceduto.
E cosi, nonostante vada riconosciuto l'impegno con cui si è cercato di dare un significato specifico al termine, altre due parole hanno conquistato la ribalta del palcoscenico finendo sulle labbra di tutti i relatori: Europa ed uguaglianza.

Partiamo dalla seconda. E' la parola che più è stata accostata al termine riformista e quella che più ha contestualizzato lo stesso durante tutta la serata.
Per usare le parole di Scalvenzi, l'uguaglianza deve partire da una "meritocrazia non egoista, ma attenta anche agli ultimi" e per fare ciò la politica [riformista] "non può essere la crocerossina del mercato, ma comandarlo e riformarlo" (Michele Orlando). Si impone cosi, da parte di tutti, una visione di un mercato che deve essere posto sotto il controllo della politica - ruolo al quale la politica per il momento ha abdicato non solo in Italia - con una ricerca di un rapporto tra libertà e regole che si compone nella sfida del salvataggio di un modello sociale e al contempo nella riforma del sistema di sviluppo con l'obbiettivo ultimo di modernizzare il paese riducendo le disuguaglianze.
Arriviamo cosi alla ricerca di un nuovo modello di uguaglianza, la quale si deve sviluppare attraverso un riformismo tipico dei socialisti tedeschi e francesi piuttosto che basarsi sul riformismo liberale di blairiana memoria.

Arriviamo cosi all'altra parola significativa della serata: l'Europa. Per tutti i relatori ogni iniziativa in senso riformista non può prescindere dal palcoscenico europeo. Si è palesata la necessità, come già avevo scritto, di un impegno sul fronte delle istituzioni europee, perché solamente attraverso, e dentro, di esse si potrà portare avanti  una battaglia politica che vede i suoi principali avversari muoversi su di un terreno sovranazionale.
E sul piano europeo c'è un'ulteriore punto di avvicinamento con le posizioni socialiste riformiste, come sul tema dell'uguaglianza. Il solo PSE è stato riconosciuto come punto di riferimento in campo europeo per la politica riformista italiana. Su questo campo l'onorevole Orlando si è lanciato anche oltre chiedendo una riflessione, durante il passaggio sulla politica del Pd, sulla possibilità di una politica riformista facendo presente come oggi nel Partito Democratico siano presenti posizioni politiche che in Europa sono locate dal centrodestra in là.

In conclusione la serata è stata piacevole con alcuni interventi di davvero alto livello, tra cui spicca quello dell'onorevole Orlando, e sotto certi punti di vista è stata una forte risposta politica a diverse posizioni uscite dall'incontro dei Cattolici del Pd all'Artigianelli.
Sotto altri aspetti, anche soprattutto per il grande risalto politico dato da tutti all'incontro, mi sarei aspettato una minor timidezza e un maggior coraggio - altra parola ricorrente - soprattutto da parte degli esponenti bresciani nel dettare, con parole d'ordine forti, l'inizio di un percorso politico che ad oggi rappresenta il futuro di quella parte consistente del Partito Democratico bresciano che guarda a sinistra.

mercoledì 14 dicembre 2011

Dal Canada all'Italia. Una strada per l'integrazione

Gli ultimi avvenimenti di cronaca hanno rinfocolato il dibattito, mai spento, tra i fautori di un multiculturalismo e tra coloro che invece pensano che un'integrazione tra diverse culture non sia possibile e che l'immigrazione sia la prima causa del tasso di criminalità all'interno della società italiana, in particolare, ed occidentale in generale. 

Cosi se per caso qualcuno accenna ad un'area metropolitana di 6 milioni e mezzo di abitanti, aggiungendo inoltre che è la seconda città al mondo per numero di residenti nati all'estero (46%), nella mente dell'italiano medio la prima cosa che scatta è il pensiero sull'alto indice di criminalità presente in zona.

Eppure numeri cosi grandi sono i caratteri peculiari di una realtà in cui il multiculturalismo non solo è una realtà consolidata, ma fa di questa città il motore economico, culturale e turistico dell'intero paese.
Non sto evidentemente portando l'esempio di alcuna città italiana. I numeri sopra enunciati sono quelli di Toronto, città modello del multiculturalismo mondiale, capoluogo della provincia dell'Ontario e prima città per numero di abitanti del Canada.

Non è un caso se nel 2007 il famoso Financial Times nella sua versione europea posizionava la città canadese al secondo posto nella lista delle grandi metropoli del futuro del Nord America. I punti di forza individuati erano: basso costo delle case, un contenuto tasso di criminalita', un sistema sanitario e dell'istruzione che funzionano e un alto tasso di occupazione. Sempre la stessa rivista nella classifica delle piccole città (inferiori ai 500mila abitanti) posiziona Windsor al primo posto e colloca nella top ten altre quattro città canadesi.

Pongo l'accento sopratutto sul contenuto tasso di criminalità. Infatti Toronto, nonostante sia la seconda città del mondo per immigrazione - dopo Miami -, possiede l'area metropolitana con il più basso indice di criminalità del nord america, e la provincia dell'Ontario - è la più popolosa del Canada e la maggiormente interessata dal fenomeno dell'immigrazione - ha un tasso di criminalità ben al di sotto della media nazionale.

Possiamo quindi prendere ad esempio questa realtà per affermare con tutta sicurezza che il problema non è dettato dal fenomeno migratorio ma dalle condizioni economiche e dalle politiche, generali e di integrazione, dello stato che accoglie coloro che migrano. Toronto, città dalla forte economia e dall'alto livello culturale, ha fatto si che il multiculturalismo non fosse un problema ma un proprio punto di forza.
Cosi all'interno della metropoli abbiamo un intreccio di oltre 100 culture diverse che rendono Toronto una città aperta e dinamica oltreché un polo di grande interesse turistico grazie a quel sovrapporsi di stili e mentalità che danno alla città canadese non solo uno skyline da città moderna ma anche angoli suggestivi e turistici ed un grande impianto museale e culturale che ne fanno la quarta capitale mondiale della cultura.

Come detto però per far ciò è necessaria anche una politica di integrazione ben pianificata ed attenta alle esigenze dei vecchi come dei nuovi cittadini.
Giusto per confrontare le diverse realtà, mentre in Italia non abbiamo presso le forze dell'ordine un corpo di mediatori culturali ben formati per consentire un serio dialogo tra l'istituzione e la popolazione immigrata, il centralino del 911 (numero di emergenza di Toronto) è attrezzato per rispondere in oltre 150 lingue alle richieste di aiuto.
Quello appena fatto è solo un esempio, anche se a mio parere significativo. Per una panoramica più approfondita, sarebbe troppo lungo pubblicarla qui, a questo link potete leggere l'analisi di M. Lombardi (pag. 27 "Percorsi di integrazione degli immigrati e politiche attive del lavoro" ed. Franco Angeli) che ben illustra le politiche canadesi atte favorire l'integrazione sociale e culturale dei migranti. Un esempio di politiche da attuare anche nel belpaese.

In un mondo sempre più interconnesso e sempre più interessato dal multiculturalismo e dal fenomeno delle migrazioni, fenomeno mai scomparso, l'Italia non può sottrarsi dal mettere in campo politiche di integrazione. In caso contrario non potrà che evolvere verso un modello di società chiusa al resto del mondo e decretare cosi la sua sconfitta economica, oltreché culturale, con buona pace delle camice nere e verdi che con la loro subcultura razzista e ignorante difendono un'identità, che se non inesistente, quantomeno anacronistica.

domenica 11 dicembre 2011

Che cosa possono buttare a mare? [L'Italia sono anch'io]

Era il 16 Dicembre del 1773 e alcuni coloni americani appartenenti ai Sons of Liberty intonando lo slogan "No taxation without representation" gettavano a mare 342 ceste contenenti 45 tonnellate di tè.

Venendo alla situazione italiana di oggi, con milioni di immigrati regolari che lavorano - mandando cosi avanti la nostra economia - e che pagano le tasse sostenendo il nostro welfare senza aver alcun diritto politico, mi viene da domandarmi cosa potrebbero buttare a mare nel 2011.
342 ceste sono tante da riempire, ma penso che non avrebbero grandi difficoltà nel trovare qualcosa da metterci dentro. Tanto per iniziare escort, nani e qualche camicia verde, poi il resto vien da sé.

sabato 10 dicembre 2011

Dei post precedenti

Vorrei condividere alcune riflessioni che ho avuto modo di fare sfogliando oggi alcuni quotidiani locali.

Partiamo dal post "E noi siamo pronti?(Dell'ICI e del PD)" e quindi trattiamo dell'ICI in relazione alla Chiesa Cattolica.
Sulle edizioni odierne si sono susseguite interviste a vari esponenti politici di tutte le forze partitiche nelle quali ognuno rendeva conto del proprio pensiero e posizione.
Leggendo queste interviste abbiamo un principale dato di fatto: pochi di loro sanno di quello che stanno parlando. Molti dicono che la Chiesa, e le altre onlus, dovrebbero pagare l'ICI sugli immobili con scopi commerciali, mentre vanno tenute le esenzioni per gli immobili con scopi sociali o di culto. Ma il punto non è questo. Come detto nel precedente post la questione dell'esenzione dell'ICI grava su quegli immobili con doppia finalità, sia sociale sia commerciale. Quasi nessuno ha risposto nel merito della questione, quasi tutti si sono limitati a dire che gli immobili con finalità commerciale vanno tassati, quelli con finalità di culto o sociali vanno esentati.

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La seconda riflessione riguarda invece la manifestazione sindacale unitaria per la giornata di lunedì. In un precedente post motivavo la mia contrarietà ad uno sciopero generale unitario delle tre sigle sindacali.
Il mio desiderio è stato esaudito almeno a Brescia e in altre realtà locali. Infatti dai giornali apprendo che nella zona bresciana non si è trovato l'accordo per una manifestazione unitaria perché la UIL e la CISL chiedevano alla CGIL di far venire meno la manifestazione contro l'estensione del contratto stile Pomigliano a tutte le fabbriche FIAT, compresa quindi anche l'Iveco presente con uno stabilimento in città.
Le interviste pubblicate sul BresciaOggi ci danno l'ennesima dimostrazione di come CISL e UIL non siano interessate ad una vera critica sindacale delle problematiche del mondo del lavoro italiano, ma cercano unicamente un riconoscimento formale da parte del Governo Monti.

venerdì 9 dicembre 2011

E noi siamo pronti? (Dell'ICI e del PD)

Negli ultimi giorni a seguito della manovra economica imposta dal Governo Monti, a causa della sua, secondo molti, iniquità, si è nuovamente sollevato il polverone sul mancato pagamento dell'ICI, da parte della Chiesa Cattolica, sugli immobili parzialmente commerciali - secondo il decreto legge n. 223/2006 l'esenzione per gli immobili di proprietà ecclesiastica «si intende applicabile alle attività che non abbiano esclusivamente natura commerciale».

Fino al suddetto decreto legge il pagamento dell'ICI - oltreché dal concordato Stato-Chiesa - veniva regolato dal Decreto Legislativo 30 Dicembre 1992 n.504 che richiamando il D.P.R. 22 Dicembre 1986 n. 917 sanciva che erano esentati dal pagamento dell'ICI gli immobili degli «enti pubblici e privati diversi dalle società, residenti nel territorio dello Stato, che non hanno per oggetto esclusivo o principale l'esercizio di attività commerciali» che erano «destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive».
Si comprende bene che rientrano in questa definizione solo gli immobili della Chiesa Cattolica, cosi come di altre confessioni, adibite esclusivamente a fini spirituali ed assistenziali. 

Nel frattempo la Cassazione (sentenza n. 4645 dell’8 marzo 2004) si è espressa confermando l'obbligatorietà da parte della Chiesa Cattolica di versare l'ICI anche per gli immobili parzialmente adibiti ad attività commerciale. Nonostante ciò il Governo Berlusconi nella finanziaria del 2006 esenta completamente gli immobili di proprietà ecclesiastica, anche con scopi commerciali, dal pagamento dell'ICI. 
Poco dopo cambia il governo e nell'estate del 2006 l'allora Governo Prodi stila il decreto legge n.223/2006 che non torna alla regolamentazione del 1992, ma aggiunge la frase sopraddetta che esenta dal pagamento dell'ICI anche le strutture con fini parzialmente commerciali. Se ciò sia stato fatto in buona o in  malafede questo non ci è dato saperlo, ma fa quanto meno pensare su quale sia oggi l'alternativa nel campo del centrosinistra ad un governo Berlusconiano almeno nel campo dei rapporti con la Chiesa Cattolica. Il Decreto Legge porta in calce le firme di: Prodi, Padoa Schioppa, Bersani in qualità di responsabili dei rispettivi incarichi dell'epoca.

Una decisione certo non felice visto che a seguito della denuncia dei Radicali la Commissione Europea ha deciso di avviare un'inchiesta per sospetti aiuti di Stato alla Chiesa Cattolica nei confronti dell'Italia. 
In particolare i Radicali e successivamente la Commissione Europea si è concentrata su quegli immobili che nell'arco di un anno assumono in alternativa o contemporaneamente sia l'aspetto commerciale che l'aspetto spirituale e/o assistenziale.


È ora utile, per proseguire nel discorso, capire quali siano gli importi di cui stiamo parlando anche considerando che la Chiesa Cattolica, anche attraverso molti enti ad essa collegati, è oggi proprietaria di circa il 22-25% dei valore immobiliare sul suolo italiano. Molti giornalisti ed associazioni si sono occupati della tematica e i dati a disposizione cercando in internet sono dei più vari. La stima che sembra più attendibile è quella che fa la UAAR che quantifica il costo per lo Stato Italiano in mancato pagamento in circa mezzo miliardo l'anno. Una cifra che si posiziona nel mezzo tra quella stimata dall'ANCI nel 2005 (300 milioni di euro) e quella stimata da alcuni libri-inchiesta che stimano la perdita in un miliardo l'anno.

Una cifra comunque considerevole - la città di Roma perde secondo l'ANCI qualcosa come 25-26 milioni l'anno - che in un momento di crisi economica e di profondi tagli strutturali permetterebbe alle casse comunali di tirare un po' il fiato con una buona iniezione di liquidità. Proprio qui sta il punto. L'ICI è una tassa comunale e sostituisce dal 1992 molti dei trasferimenti statali ai comuni. Ma essendo comunale, in mancanza di regole certe è fortemente soggettiva sopratutto se la gestione dei comuni è influenzata da lobby od interessi di enti ed associazioni. In questo senso è emblematica la dichiarazione del ministro Riccardi: «Credo che le attività di culto, culturali della Chiesa siano una ricchezza per il Paese e quindi l'Ici-l'Imu non va pagata. Per quelle che possono essere le attività commerciali gestite dalla Chiesa, dai religiosi, dalle associazioni cattoliche vigilino i Comuni o chi è preposto a questo per vedere se l'imposta viene pagata e intervenga. Inutile fare una grande battaglia. Si tirino fuori i casi, si valuti caso per caso e si intervenga: se c'è stata mala fede - ha concluso Riccardi - si prendano le misure necessarie».
Tralasciando la facile polemica sul fatto che sono importanti tutte le attività di culto e non solo quelle della Chiesa Cattolica e tralasciando il fatto che la polemica è nata su quelle attività non esclusivamente di culto o di assistenza, nelle parole del Ministro troviamo un profondo senso di realismo. 

Siamo cosi sicuri che in un'Italia ancora cosi fortemente influenzata e sottoposta alle gerarchie ecclesiastiche i comuni abbiano la forza, o l'interesse, a far pagare l'ICI alle strutture della Chiesa Cattolica che abbiano delle finalità parzialmente commerciali? Se la malafede è fatta dal controllore ancor prima che dal controllato non è forse il caso che intervenga lo Stato centrale per normare una situazione denunciata anche dalla Corte di Cassazione? E infine, è pronto il Partito Democratico, a Roma e negli enti locali a farsi portavoce di questa istanza? O ci limiteremo a bollare come demagogica l'ennesima proposta dell'IdV per mantenere uno status quo utile a tutti tranne che al paese?

giovedì 8 dicembre 2011

Crumiri e sindacati tutti insieme amichevolmente

«Al momento non ci sono le condizioni per una manifestazione unitaria» lapidarie le parole di Damiano Galletti, segretario generale della CGIL bresciana.
Il riferimento, pur essendo alla manifestazione della FIOM cittadina indetta per la giornata di lunedì 12 Dicembre, apre un serio interrogativo sulle tre ore di sciopero indette per lunedì da tutte e tre le sigle unitarie.

Come me, molti altri iscritti o simpatizzanti CGIL si stanno domandando il senso di indire uno sciopero insieme alle due sigle che fino all'ultimo sono state dalla parte del Governo Berlusconi - come i topi hanno abbandonato la nave quando stava affondando - ed ancora oggi appoggiano Marchionne e il suo progetto di fabbrica Italia - in parole povere chiudere tutto.
Prese di posizione che fanno di conseguenza venir meno la credibilità di uno sciopero indetto dalle tre sigle unitariamente. Ci si domanda qual è il senso di uno sciopero di due ore, come all'inizio volevano CISL e UIL, se non quello di mostrare i muscoli al governo per essere presi nuovamente in considerazione, come dal Governo Berlusconi, non tanto sulle tematiche, ma solamente per avere un'investitura politica e personale davanti al paese e nei tavoli governativi. Come traspare dalle stesse parole dei due segretari nazionali, Angeletti e Bonanni, lo sciopero non è causato tanto da quanto proposto all'interno del pacchetto lacrime e sangue del Governo Monti, ma da come questo è stato proposto: senza aver prima sentito su tutti i provvedimenti il parere dei due sindacati filo governativi. In altre parole non è il provvedimento in se che ha fatto male alla CISL e alla UIL, ma è la figura da idioti che gli ha fatto fare nei confronti dei propri iscritti.

Per rifarsi un'immagine Angeletti e Bonanni non potevano che indire uno sciopero farsa per pesare la loro forza nei confronti del governo. Un peso che verrà sicuramente aumentato dall'adesione della CGIL nazionale. In tal modo il sindacato guidato dalla Camusso non farà altro che legittimare dei sindacati di crumiri consentendogli di rientrare con forza al tavolo governativo e di rompere, con molta nonchalance, l'unità sindacale il giorno stesso della chiamata del Prof. Monti.

Personalmente, ed invito tutti gli iscritti ed i simpatizzanti della CGIL a farlo, lunedì non sarò in piazza a manifestare.