mercoledì 4 gennaio 2012

Il fisco a Cortina

Di seguito il comunicato stampa emesso dall'Agenzia delle Entrate del Veneto a seguito delle polemiche suscitate dall'intervento degli ispettori della stessa Agenzia a Cortina d'Ampezzo.
Penso sia giusto ripubblicare anche su questo blog tale comunicato, perché esso fotografa con sconcertante perfezione la realtà italiana.

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L’Agenzia delle Entrate porta fortuna: con l’agente si moltiplicano le vendite Guidano le “supercar” ma dichiarano meno di 50 mila euro lordi l’anno Un commerciante con beni di lusso per 1,6 milioni di euro in conto vendita, senza alcun documento fiscale

L’operazione messa in campo a Cortina lo scorso 30 dicembre, che ha impegnato 80 agenti per effettuare i controlli in soli 35 esercizi commerciali (su un totale di quasi 1.000 presenti nella località turistica delle Dolomiti), ha portato risultati e informazioni utili per il recupero dell’evasione.

L’Agenzia delle Entrate fa bene agli affari. Gli incassi degli esercizi commerciali (alberghi, bar, ristoranti, gioiellerie, boutique, farmacie, saloni di bellezza, ecc), nel giorno dei controlli, sono lievitati rispetto sia al giorno precedente sia allo stesso periodo del 2010. In particolare, i ristoranti hanno registrato incrementi negli incassi fino al 300% rispetto allo stesso giorno dello scorso anno (+ 110% rispetto al giorno prima), i commercianti di beni di lusso fino al 400% rispetto allo stesso giorno dello scorso anno (+106% rispetto al giorno prima), i bar fino al 40% rispetto allo stesso giorno dello scorso anno (+104% rispetto al giorno prima).

Non sono mancati singoli episodi particolarmente significativi: un commerciante deteneva beni di lusso in conto vendita per più di 1,6 milioni di euro, senza alcun documento fiscale.

Interessanti anche i controlli sui possessori di 251 auto di lusso di grossa cilindrata. Su 133 auto intestate a persone fisiche, 42 appartengono a cittadini che fanno fatica a “sbarcare il lunario”, avendo dichiarato meno di 30 mila euro lordi di reddito sia nel 2009 sia nel 2010, mentre 16 auto sono intestate a contribuenti che hanno dichiarato meno di 50 mila euro lordi.

Gli altri 118 superbolidi sono intestati a società che sia nel 2009 sia nel 2010 hanno dichiarato in 19 casi di essere in perdita, mentre in 37 casi hanno dichiarato meno di 50 mila euro lordi.

L’operazione fa parte della normale attività di presidio del territorio di competenza dell’Agenzia delle Entrate, svolta non solo in Veneto ma su tutto il territorio nazionale. L’esperienza e la professionalità dei funzionari dell’Agenzia delle Entrate è tale per cui il controllo è stato effettuato con il minimo intralcio allo svolgimento dell’attività commerciale, evidenziato anche dagli episodi nei quali i funzionari sono stati addirittura scambiati per commessi dalla clientela.

Venezia, 4 gennaio 2012

mercoledì 28 dicembre 2011

[TIME] La proprietà dei media

Un altro articolo tradotto dal TIME. Questa volta l'articolo in questione "Looking Forward to 2012: The End of Media Ownership" scritto da Graeme McMillan tratta delle nuove modalità con cui i media distribuiranno i propri contenuti. 

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Guardando al 2012: la fine della proprietà dei media

Ah, la settimana finale tra il Natale e il nuovo anno, quando guardiamo indietro a tutto quello che è successo, e in avanti verso l'anno che arriva. E che anno arriva – uno che potrebbe portare non solo l'apocalisse predetta dai Maya, ma anche la corsa attorno al mondo di John Cusack per salvare l'umanità. Che cosa sto aspettando? Qualcuno che finalmente rompa la mentalità sulla proprietà dei media, naturalmente. (la proprietà intesa come possesso del supporto fisico del contenuto: libro, dvd ecc... E' il concetto di cloud ndt)
Lo so, tu pensi che io sia pazzo, ma pensaci: se c'è una sola cosa che il 2011 ci ha insegnato, è che i media sono vaporware (vedi wikipedia per il significato ndt) e che non necessitiamo realmente di nulla di nostro. Netflix (tra gli altri) attraverso lo streaming ci mostra i film e gli spettacoli televisivi che desideriamo, e lo stesso fa Spotify (o Pandora, o chiunque) facendolo con la musica. I siti web hanno, da qualche tempo, provato che tu non necessiti di comprare il giornale, e sia Amazon che Apple stanno lavorando ad una versione digitale di manoscritti (o, come li chiamiamo noi, “libri”). Perchè qualcuno di noi dovrebbe voler comprare qualcosa in questi giorni, quando ci sono gli abbonamenti che permettono di accedere a qualsiasi cosa ponendoli a portata di mano?
Certo, devo ammettere che ci sono alcuni difetti in questa visione. Per prima cosa, non tutti sono entrati nell'idea che i media sono qualcosa a cui ci si abbona come ad una scatola, o che non si possano selezionare individualmente come si farebbe con un album, un DVD o un libro. Ma questi pensieri appaiono come dei messaggi dal passato, e si scontrano con la crescita delle compagnie di noleggio come Spotify, Netflix, ma anche – più importante – la mentalità degli spettatori di pagare una volta al mese per tutto quello che si può mangiare (il concetto di flat ndt) avrà lo stesso impatto che si è avuto nei primi giorni di protesta contro la musica digitale (che è dir poco, semmai).
Per diversi aspetti, questo nuovo mondo è il culmine del peggior scenario degli allarmisti sulla musica digitale, con lo spostamento della mentalità del consumatore da “possedere un oggetto fisico che rappresenta il lavoro creativo” a “possedere un file digitale che rappresenta il lavoro creativo” evolvendosi in “accesso a un file digitale, ma senza che questo sia tuo”. Quello che cambierà per tutti quelli coinvolti nella creazione dei contenuti multimediali non è ancora chiaro. Considerando le domande dal punto di vista finanziario: I diritti di noleggio sostituiranno i diritti di vendita in una quantità pari a quella attuale? Saranno trovati finanziamenti alternativi per i contenuti (il crowdsourcing attraverso Kickstarter ed altri, per esempio)? Trovare domande a tutte queste domande senza risposta non sarà facile.
Ma a dispetto delle incertezze ci siamo quasi, non è cosi? Noi abbiamo già la radio e la televisione in streaming web. Quello che sto aspettando dal 2012 è qualcosa che porti tutto questo insieme, un solo punto di accesso che riempia la nostra televisione, che porti film, musica e contenuti testuali, il tutto ad un abbonamento mensile dal basso costo. Può tutto questo essere lontano? Quando queste cose sono in arrivo, si tratta solo di chi arriverà a proporle, io vedo un trio di volti noti: Amazon, Apple e Google. Tutti e tre le compagnie hanno fatto investimenti nel digital media che hanno coinvolto i grandi creatori di contenuti mediatici, e queste partnerships fanno si che essi siano i più equipaggiati per effettuare uno sforzo – applicazioni, piattaforme o semplicemente idee – che possa essere in grado di catturare sia i consumatori sia i creatori
Per entrambi i gruppi, si si riduce a facilità di utilizzo e costi, e con dei costi, la parte difficile è raggiungere un accordo tra le due parti: l'informazione vorrebbe essere libera, come recita un vecchio detto, ma l'economia dei media si basa sulle persone che pagano. Da dove proverrà il denaro – e quanti soldi saranno – sarà una delle prime domande al quale i media digitali dovranno rispondere nel 2012. Una volta risposto in modo soddisfacente per tutti a questa domanda, saremo più vicini di un passo alla saturazione dei media in un modo che avremmo solamente sognato appena un decennio fa.

martedì 27 dicembre 2011

[TIME] Più tasse, per favore: noi siamo francesi

Proseguendo nella traduzione di articoli dai quotidiani stranieri, oggi pubblico la traduzione dell'articolo dal titolo "More taxes, please: we're French" di Bruce Crumleypubblicato il 26 Dicembre sull'edizione online del TIME.


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Più tasse, per favore: noi siamo francesi

L'Europa potrebbe agonizzare nella peggior crisi finanziaria dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, ma questo non basta per costringere i francesi ad accettare una logica di liberismo economico come quella che domina in gran parte del mondo. Coloro che si basano su una visione “Aglosassone” da tempo criticano il welfare francese bollandolo come troppo costoso, insostenibile, non competitivo e sempre più indebitato – e adesso lo vedono condannato ad un'inevitabile dieta imposta dalla realtà. Ma come è d'abitudine dei francesi, stanno implorando di differenziarsi dal resto del mondo – e cosi facendo di difendere lo stato sociale, che è un motivo di profondo orgoglio nazionale, anche con soluzioni che altri stati non potrebbero sopportare.
E' vero, Parigi ha risposto alla crisi del debito – e alle minacce di perdere il rating AAA del credito – varando non uno, ma due piani di austerità per contenere il proprio deficit. E vero, anche, che alcuni dei tagli coinvolti riguardano il programma di protezione sociale francese. Ma cogliendo i dettagli della reazione francese, alcuni osservatori fanno notare come la Francia abbia mostrato ancora una volta la sua inclinazione ad opporsi alla saggezza comune (il taglio del welfare state secondo l'autore ndt) elaborando un piano di riduzione del debito che si basi, più che sulla riduzione dei diritti, su un considerevole aumento della tassazione. Benvenuti alla austérité à la française. Per il momento.
L'edizione domenicale del quotidiano francese Le Monde mette insieme diverse analisi del recente piano taglia-deficit svelato dal governo conservatore del Presidente Nicolas Sarkozy, e rilancia un famosa detto francese: “nel dubbio, alza le tasse”. E – forse perché la sensazione delle mani del governo francese nelle proprie tasche è normale – l'opzione di Sarkozy di alzare le tasse prima di tagliare i diritti, finora ha provocato poche proteste nell'opinione pubblica francese
Come racconta il Global Spin, il risparmio del piano francese nei primi due anni del piano si aggira sui 26 miliardi di dollari – su un totale che deve arrivare a 90 miliardi entro il 2016. Questo sforzo ha come obbiettivo la riduzione del deficit di bilancio della Francia dai 199 miliardi del 2010 a 103 miliardi di dollari entro il 2012 e iniziare cosi a restituire una parte del debito sovrano pari a 1.7 trilione di dollari (rappresenta poco oltre l'86% del Pil) nei prossimi due decenni. Ma in contrasto con la crisi che ha devastato paesi come la Grecia, la Spagna e l'Irlanda – i quali hanno drammaticamente tagliato la spesa, congelato o tagliato i salari degli impiegati pubblici e ristretto i fondi per i disoccupati e per i pensionati – i tentativi francesi di di bilanciare il budget del paese sono concentrati in primo luogo a potenziare le ritenute attraverso la tassazione. Nel 2012 solo il 24% dei risultati attesi da quelle misure verranno da una riduzione della spesa; il rimanente 76% sarà realizzato attraverso l'incremento delle entrate statale con la creazione di nuove tasse. L'anno seguente i tagli alla spesa rappresenteranno il 53% della riduzione del deficit di bilancio – una porzione in crescita al 64% nel 2016 secondo alcune letture del pacchetto. Altre analisi, tuttavia, stimano che poco più della metà dei guadagni nei prossimi cinque anni arriveranno da un aumento del flusso di introiti delle tassazioni – nonostante in media le previsioni di crescita annuale per i prossimi anni si attestano sull'1% - con il resto recuperato con tagli alla spesa attuale. Questo non è il tipo di smantellamento del welfare state sul quale molti liberali esteri avrebbero contato.
La ragione della strategia francese appare ovvia. Con le elezioni politiche in Aprile, Maggio e Giugno, i leader conservatori francesi appaiono consapevoli che i francesi di ogni estrazione politica odiano più vedere tagliato l'amato sistema del welfare e i programmi sociali che sentirsi toccare il portafoglio con un aumento delle tasse. Forse più di ogni altra società sulla terra – anche tra le nazioni europee che tendono ad amare il loro welfare states – i francesi non solo tollereranno una tassazione personale molto alta per finanziare il loro modello sociale, ma uniranno anche le varie tendenze politiche per difendersi dagli attacchi percepiti contro di esso. Essendo stato segnato dalle tante e proteste di massa riguardanti la riforma, l'impopolare Sarkozy è presumibilmente a conoscenza dei pericoli dei tagli ai programmi mentre si avvicina il difficile tentativo di rielezione – sempre sotto la pressione della crisi del debito.
Il leader francese presumibilmente tiene anche a mente che i governi di Grecia, Spagna, Irlanda e altri paesi dell'Eurozona sono caduti sotto la rabbia popolare per aver alzato le tasse e tagliato i programmi sociali tutti in una volta sola. Questa terribile lezione di quello che può portare ad usare un grosso bastone e nessuna carota non da alcun dubbio sulla forma da dare alla cura di Sarkozy: un approccio a due fasi per tagliare il deficit. (La Francia non è l'unica che segue questa via prudenziale. Nonostante le previsioni iniziali secondo cui il nuovo governo italiano avrebbe agito sull'emergenza crescente del debito sia ricercando nuove entrate fiscali sia garantendo profondi tagli ai programmi sociali, il Primo Ministro italiano Mario Monti ha varato un piano con molte nuove tasse e pochissime riforme)(ci sarebbe da discutere su questa osservazione del giornalista, sul fatto che non venga toccato il sistema di welfare italiano ndt).
Ma barando circa il suo sforzo nella riduzione del disavanzo con un'iniziale importanza dell'innalzamento delle tasse a causa dell'avvicinamento delle elezioni, Sarkozy può sistemare la Francia per una decisione di futura – maturando delle decisioni sull'opportunità di prolungare questo approccio o meno a metà del 2012. Il motivo? Gli attuali sondaggi indicano che sia Sarkozy che il suo governo conservatore saranno battuti dai rivali della sinistra che adesso corrono con la promessa di rivedere il back-end del loro deficit e il piano di riduzione del debito – e un cambio del target delle attenzioni fiscali. Gli avversari (ed alcuni analisti indipendente) denunciano che le misure adottate dai conservatori di Sarkozy pesano ingiustamente sulla classe media e sulle famiglie povere, mentre risparmiano i più ricchi. Fosse stata eletta la sinistra, non solo sarebbe incline a colpire i ricchi con molto più che un innalzamento temporaneo della tassa personale del 3-4% previsto dal piano di Sarkozy, ma scaverebbe in profondità nelle oltre 500 esenzioni che proteggono con varie modalità dalla tassazione sulla persona – molte delle quali fanno parte della Francia benestante. I soldi persi dallo Stato a causa di queste esenzioni sono ogni anno 90 miliardi di dollari – facendo mancare allo stato un introito vicino al deficit di bilancio atteso per il 2012. Per questa ragione alcune voci – tra cui alcune del centro e della destra – stanno cercando i ricchi del paese, che de facto sarebbe un risparmio fiscale che potrebbe essere di grande aiuto per l'attuale crisi del debito.
I conservatori francesi di contro ribatto che un aumento delle tasse per le classi agiati semplicemente provocherebbe una fuga di capitali all'estero presso nazioni come la Svizzera o il Lussemburgo – una mossa, sostengono i conservatori, che vedrà i governanti della sinistra aumentare le tasse a tutti i livelli a (parziale) copertura del deficit. Questa è un'accusa che suona ideologica, ma è un'improbabile eventualità. Con il livello generale medio di tassazione del 49.5% per famiglia nel 2010, anche molti economisti sfrenatamente di sinistra dicono che c'è un limite a quanto possono essere alzate le tasse prima che queste colpiscano seriamente il potere d'acquisto – e minare cosi i consumi e la crescita. (Questo può essere vero, ma tasse alte non sono sinonimo di rovina economica o finanziaria. Mentre la Francia è il più alta del 5% rispetto la media europea, è considerevolmente più bassa rispetto a economie robuste come la Svezia, la Danimarca, la Finlandia e la Norvegia). Al contrario, il dibattito in Francia è molto aperto sui ricavi non tassati che per il momento sono coperti da deroghe e scappatoie per i ricchi – e alcune aziende – con un consenso crescente tra il 99% sul fatto che lo Stato dovrebbe prendere più fondi dall'1% privilegiato. Nel frattempo si è anche parlato, nell'eventuale vittoria della sinistra il prossimo anno, della demolizione della complessa e spesso opaca struttura fiscale francese, e sostituirla con una struttura più snella, trasparente ed equa che sposti il peso maggiore della contribuzione sulle spalle dei redditi più alti.
Tutto questo non può che suggerire che c'è un consenso crescente e uniforme sul proteggere il welfare state attraverso l'innalzamento delle tasse – e dove tali aumenti dovrebbero colpire pù duramente. C'è un altro dibattito in Francia, come c'è negli USA o in UK, sulla correttezza, la saggezza o la produttività di “inzuppare i ricchi” con tasse più alte – e lo scontro di opinioni su questo argomento è frontale come in altre parti. Al contrario, il tema di usare le tasse per redistribuire la ricchezza – e salvaguardare il sistema di welfare nazionale nel processo – è non solo un'idea accettata, a differenza di altre nazioni più liberali economicamente come gli Stati Uniti, ma essa è vista come un slam dunk (termine americano per dire schiacciata a canestro, in questo contesto quindi assume un valore altamente positivo essendo la schiacciata molto apprezzata nel gioco del basket ndt) in Francia tale che solo poche persone hanno alzato la voce arrabbiate al vedere il proprio reddito anche più tartassato dal piano di Sarkozy. Quando gli economisti neoliberisti affermano che il welfare state è morto perché non può essere finanziato, i francesi rispondono sottolineando che una tassazione più alta può farlo (almeno fino ad un certo punto).
Segno che i francesi sono ancora francesi – e in un modo che non può non sconcertare e far sorridere le persone in qualsiasi luogo in ugual e opposta misura.

[Sguardo dal passato] La crisi dei partiti politici

Osservazioni su alcuni aspetti della struttura dei partiti politici nei periodi di crisi organica (da connettere con le note sulle situazioni e i rapporti di forza). A un certo punto della loro vita storica i gruppi sociali si staccano dai loro partiti tradizionali, cioè i partiti tradizionali in quella data forma organizzativa, con quei determinati uomini che li costituiscono, li rappresentano e li dirigono non sono più riconosciuti come loro espressione dalla loro classe o frazione di classe. Quando queste crisi si verificano, la situazione immediata diventa delicata e pericola, perché il campo è aperto alle soluzioni di forza, all'attività di potenze oscure rappresentate dagli uomini provvidenziali o carismatici. Come si formano queste situazioni di contrasto tra rappresentanti e rappresentati, che dal terreno dei partiti (organizzazioni di partito in senso stretto, campo elettorale-parlamentare, organizzazione giornalistica) si riflette in tutto l'organismo statale, rafforzando la posizione relativa del potere della burocrazia (civile e militare), dall'alta finanza, della Chiesa e in generale di tutti gli organismi relativamente indipendenti dalle fluttuazioni dell'opinione pubblica? In ogni paese il processo è diverso, sebbene il contenuto sia lo stesso. E il contenuto è la crisi di egemonia della classe dirigente, che avviene o perché la classe dirigente ha fallito  in qualche sua grande impresa politica per cui ha domandato o imposto con la forza  il consenso delle grandi masse (come la guerra) o perché vaste masse (specialmente di contadini e di piccoli borghesi  intellettuali) sono passati di colpo dalla passività politica a una certa attività e pongono rivendicazioni che nel loro complesso disorganico costituiscono una rivoluzione. Si parla di «crisi di autorità» e ciò appunto è la crisi di egemonia, o crisi dello Stato nel suo complesso.
La crisi crea situazioni immediate pericolose, perché i diversi strati della popolazione non possiedono la stessa capacità di orientarsi rapidamente e di riorganizzarsi con lo stesso ritmo. La classe tradizionale dirigente, che ha un numeroso personale addestrato, mutua uomini e programmi e riassorbe il controllo che le andava sfuggendo con una celerità maggiore di quanto avvenga nelle classi subalterne; fa magari dei sacrifizi, si espone a un avvenire oscuro con promesse demagogiche, ma mantiene il potere, lo rafforza per il momento e se ne serve per schiacciare l'avversario e disperderne il personale di direzione, che non può essere molto numeroso e molto addestrato. Il passaggio delle truppe di molti partiti sotto la bandiera di un partito unico che meglio rappresenta e riassume i bisogni dell'intera classe è un fenomeno organico e normale, anche se il suo ritmo sia rapidissimo e quasi fulmineo in confronto di tempi tranquilli: rappresenta la fusione di un intero gruppo sociale sotto un'unica direzione ritenuta sola capace di risolvere il problema dominante esistenziale e allontanare un pericolo mortale. Quando la crisi non trova questa soluzione organica, ma quella del capo carismatico, significa che esiste un equilibrio statico (i cui fattori possono essere disparati, ma in cui prevale l'immaturità delle forze progressive) che nessun gruppo, né quello conservativo né quello progressivo, ha la forza necessaria alla vittoria e che anche il gruppo conservativo ha bisogno di un padrone (cfr Il 18 brumaio di Luigi Napoleone).
Questo ordine di fenomeni è connesso a una delle quistioni più importanti che riguardano il partito politico, e cioè alla capacità del partito di reagire contro lo spirito di consuetudine, contro le tendenze a mummificarsi e a diventare anacronistico. I partiti nascondo e si costituiscono in organizzazione per dirigere la situazione in momenti storicamente vitali per le loro classi; ma non sempre essi sanno adattarsi ai nuovi compiti e alle nuove epoche, non sempre sanno svilupparsi secondo che si sviluppano i rapporti complessivi di forza (e quindi posizione relativa delle loro classi) nel paese determinato o nel campo internazionale. Nell'analizzare questi sviluppi dei partiti occorre distinguere: il gruppo sociale; la massa di partito; la burocrazia e lo stato maggiore del partito. La burocrazia è la forza consuetudinaria e conservatrice più pericolosa; se essa finisce col costituire un corpo solidale, che sta a sé e si sente indipendente dalla massa, il partito finisce col diventare anacronistico, e nei momenti di crisi acuta viene svuotato del suo contenuto sociale e rimane come campato in aria. [...]

Paragrafo 23 Quaderno 13 [Quaderni del Carcere, Antonio Gramsci]

giovedì 22 dicembre 2011

[NYT] The King George


A seguire la traduzione di un editoriale del New York Times che parla di Giorgio Napolitano. La lettura di tale articolo è utile per comprendere la visione che ha uno dei più importanti quotidiani mondiali del nostro Presidente della Repubblica e più in generale della situazione della politica italiana

mercoledì 21 dicembre 2011

[WSJ] La disoccupazione dei neolaureati cinesi


Il problema dei giovani laureati che si trovano fuori dal mondo del lavoro non è una problematica solamente italiana. Ne fanno le spese anche i giovani cinesi ed americani come spiegato da una giornalista del Wall Street Journal. In particolare la giornalista nel suo articolo ci spiega a grandissime linee quali sono le idee del governo cinese e la reazione dell'opinione pubblica del paese asiatico.
Di seguito potete trovare la traduzione dell'articolo. L'articolo originale lo trovate qui.

La Cina cancella le specializzazioni universitarie che non danno lavoro

Come per gli Stati Uniti, la Cina sta cercando di affrontare un problema demografico recentemente emerso: la generazione di laureati senza lavoro. La Cina ha comunque già una soluzione soluzione a questo problema. Soluzione che in molti altri paesi, in particolare occidentali, porrebbe quantomeno diversi interrogativi.
Come riferito dall'agenzia di stampa governativa Xinhua, il Ministro dell'educazione Cinese ha annunciato questa settimana un piano attraverso il quale sopprimere gradualmente quei corsi di specializzazione universitaria (majors) che producono laureati senza un reale sbocco lavorativo. Il governo darà avvio ad una serie di valutazioni circa i corsi di specializzazione analizzando gli indici di inserimento nel mondo del lavoro, e ridurrà o taglierà quei corsi che non soddisferanno i requisiti richiesti, tra cui avere una percentuale di laureati attivi nel mondo del lavoro superiore al 60%.
L'iniziativa ha lo scopo di risolvere il problema della gran massa di laureati cinesi che nel 2010, secondo i dati del censimento cinese, risultano 8930 ogni 100000 abitanti con una crescita del rapporto pari al 150% rispetto al 2000. L'aumento di laureati, in altri casi un pregio per il paese, ha contribuito alla sovrabbondanza di lavoratori in possesso di una serie di competenze che non corrispondono però con le richieste e le necessità del mercato dell'export che è il mercato trainante dell'economia cinese.
Tuttavia la decisione del governo di frenare i corsi di specializzazione sta incontrando diverse resistenze. Come riportato in un reportage del China Daily molti professori universitari sono scontenti del provvedimento, che porterà ad una diminuzione di una serie di talenti fondamentali in una serie di campi, come la biologia, che sono fondamentali per un paese che punta a diventare il leader mondiale nei campi scientifici e tecnologici ma che in questo momento non godono di una forte domanda di laureati da parte del mercato del lavoro.
Un'altra critica alla manovra governativa, seppur con diversa motivazione, viene espressa in un editoriale del Beijing News. Nell'editoriale viene fatto presente che queste valutazioni incentivano le false dichiarazioni circa i tassi di occupazione da parte delle università che sono alla ricerca di una maggiore autonomia nella formazione di studenti più qualificati e con percorsi di studio diversificati.
I dati ufficiali infatti mostrano come il numero di laureati cinesi senza lavoro è in diminuzione. Secondo il Ministero dell'Istruzione nel 2010 il 72% dei neolaureati ha trovato un lavoro, mentre nel 2009 erano il 68%.
Nessuno dei rapporti specifica però quale saranno le specializzazione che verranno tagliate con le nuove regole, ma ci sono già alcune indicazioni che mostrano come diverse università avrebbero già iniziato a prendere provvedimenti che porteranno ad una riduzione dei corsi non richiesti dal mercato del lavoro. Sempre secondo il reportage del China Daily all'Università di Shenyang il corso di russo ha visto diminuiti il proprio numero di posti a 25 rispetto ai 50 degli anni scorsi.
Mentre il paese continua a spingere per la crescita delle proprie industrie e delle proprie tecnologie l'educazione è diventato un tema molto caldo in Cina. Per vincere questa sfida, secondo il governo, il paese deve produrre più innovazione. Le forti restrizioni in materia di istruzione sono viste come la principale causa della mancanza di creatività nella società cinese e della fuga dei molti studenti che hanno scelto di andare all'estero per proseguire i propri studi.
I cinesi hanno messo in dubbio che futuri Steve Jobs – fondatore della Apple – possano crescere all'interno di un sistema educativo che tende ad omologare verso il basso tutti gli studenti annullando le eccellenze.
Per questo motivo molti degli studenti cinesi, che dispongono dei fondi sufficienti, hanno deciso di andare a studiare presso le università statunitensi che sono conosciute per aver sfornato laureati diventati poi innovatori di livello mondiale. L'anno scorso 128 mila studenti cinesi si sono trasferiti negli Stati Uniti facendo cosi della Cina il paese con il più alto numero di studenti nelle università americane secondo quanto riportato dall'Institue of International Education nel suo rapporto del 2010.
Ma gli Stati Uniti devono sforzarsi di occuparsi della propria generazione di laureati disoccupati, il sistema di istruzione americano è anch'esso messo in discussione e molti studenti dei college stanno ripensando al valore della propria specializzazione.
Che cosa succederebbe se il governo Statunitense decidesse di adottare l'approccio cinese? Secondo i dati più recenti del censimento statunitense, tra le prime specializzazioni troviamo: psicologia, storia statunitense e tecnologie militari.

Qualche dato sparso sull'università

- Per il 2012 ci sarà un leggero aumento dell'FFO pari a circa 300 milioni di euro pari ad un aumento percentuale di 0.09%.

- Nel 2011 l'FFO complessivo è stato tagliato dell'1%.

- Il taglio dell'FFO per l'Università di Brescia per l'anno 2011 è stato pari a -0.1%.

- L'UniBS occupa la terza posizione tra le università italiane per la minor diminuzione del proprio FFO (prima Trento con +0.6%).

- L'UniBS occupa la quindicesima posizione su base premiale.

- Nel prossimo anno verranno stanziati 120 milioni per nuovi ricercatori e 93 milioni per nuovi professori associati.

- Aumento di 141 milioni dei fondi per l'edilizia residenziale universitaria (per un totale di 171 milioni).

- Rinegoziazione del tasso di interesse tra le Università e la Cassa depositi e prestiti (da 3 a 1.8)

- L'FFO incide con una percentuale tra l'80 e l'82% delle entrate totali dell'Ateneo bresciano.

- Delle entrate dell'Ateneo il 34% viene utilizzato per la didattica il 66% per la ricerca.

- Negli ultimi tre anni, a causa dei tagli del Governo Berlusconi, l'UniBs è passata da un bilancio in attivo di qualche milione di euro a bilanci in passivo [-7.4 (2010), -8.8 (2011), -6.9 (2012)].

- Il rapporto tra contribuzione studentesca ed FFO cala dal 24.6% al 23.1%. Ciò è causato da un minor flusso di contribuzione studentesca a parità di studenti. Ulteriore dimostrazione della crisi che colpisce le famiglie.

- Le tasse studentesche (diverse dalla contribuzione è stabilità dal Ministero) sono aumentate di 2.8 euro per ogni studente con D.M. del 22 Febbraio 2011. Ciò porterà circa 39mila euro in più nelle casse della Statale.

- Il 12% dell'FFO è di natura premiale.

- Il 97.7% dell'FFO per l'Università di Brescia viene usato per le spese del personale.

- Per l'ICT e la comunicazione sono stati stanziati, per il prossimo triennio, 2.3 milioni di euro.

- I fondi per le Collaborazioni studentesche (150 ore) sono stati tagliati del 30%. Ciò a causa della scarsa risposta degli studenti a questo tipo di sostegno economico.

- La Regione Lombardia ha taglia 874.243,52 euro su circa 3 milioni per le borse di studio regionali.