mercoledì 30 novembre 2011

Autogol in casa ex DS

Alcune dichiarazioni di Aldo Rebecchi pubblicate da vari quotidiani nella giornata di ieri sanno molto di autogol politico.

Quando qualche tempo fa durante un confronto con alcuni docenti questi mi dissero che un docente che andava in pensione troppo presto sarebbe stata una perdita difficilmente sostituibile per la società accademica, risposi che a mio avviso il compito di un docente, oltreché insegnare e fare ricerca, è anche quello di creare e preparare i futuri ricercatori e docenti cosi da permettere un proseguo dell'attività scientifica senza grandi perdite anche nel momento del pensionamento del docente.

Reputo che lo stesso discorso sia applicabile anche alla sfera politica ed amministrativa. L'azione del politico e/o amministratore si valuta certamente nelle sue opere e nella sua gestione del bene pubblico, ma anche, e forse sopratutto nella preparazione di nuove leve che possano rappresentare la nuova classe dirigente e proseguire nel lavoro iniziato dal maestro.


Aldo Rebecchi nelle sue dichiarazioni ai giornali, oltre a parlare di primarie e del ruolo che dovrà avere il Partito Democratico nella corsa per la Loggia 2013, indica una serie di nomi di futuri - in là nel tempo - possibili candidati sindaco dopo l'esperienza di Emilio Delbono. I nomi fatti dal politico bresciano non sono certamente sconosciuti e godono di largo apprezzamento nel panorama politico italiano: Manzoni, Martinuz, Ungari, Bazoli, Muchetti.

Fatti i nomi è però utile capire quale sia la storia politica pregressa di queste cinque persone, non per uno sterile gioco di vecchie appartenenze, ma per capire dove sia l'autogol di Rebecchi.
Se osserviamo le storie dei nominati scopriamo che tutti e cinque hanno una storia politica che inizia all'interno della Margherita, addirittura nei popolari per i più vecchi. Abbiamo cosi che un esponente ex Ds - è stato parlamentare dal 1987 al 2001 rispettivamente con PCI, PDS, DS - certifica che l'attuale e futura classe dirigente cittadina è stata formata quasi interamente nelle fila dell'allora Margherita.

Dove sta il problema? Non certo nei nomi. Il problema sta nell'incapacità della vecchia classe dirigente Ds nel formare le nuove leve, e quindi gli attuali e futuri amministratori del città e del paese. Incapacità che già confermata nei fatti viene adesso solo certificata dalle parole di Rebecchi.
Un'uscita quindi che dovrebbe portare, anziché ad impartire lezioni politiche, ad un profondo mea culpa avendo fatto parte lui stesso della classe dirigente degli allora Democratici di Sinistra.
Un mea culpa che se deve partire da lui, non può limitarsi alla sua sola persona ma deve allargarsi a tutti coloro che con il proprio operato hanno lasciato un buco generazionale di rappresentanza politica nella sinistra cittadina.

Cosi ritornando alla considerazione iniziale, non possiamo che bocciare la vecchia classe dirigente Ds incapace di lanciare uno sguardo verso il futuro.

domenica 27 novembre 2011

Altro che porta, i buoi scappano per la mancanza di un recinto

Durante il convegno dei Cattolici bresciani del Partito Democratico il Sen. Galperti ha detto "no ad un partito con le porte girevoli".

Personalmente se fossi un dirigente del Partito Democratico prima di pensare alle porte penserei a costruire i muri portanti. In caso contrario c'è il rischio serio che i buoi anziché scappare ed entrare dalla porta girevole entrino ed escano grazie alla mancanza di un recinto.

L'incontro di ieri è stato significativo per capire dove si accinge, o dove vorrebbe accingersi, ad andare il Partito Democratico non solo bresciano.
Aldilà delle solite frasi di circostanza, quello che appare evidente dall'incontro agli Artigianelli è che lo scetticismo sulla direzione intrapresa dal Pd non è presente solamente a sinistra, ma è diffusa in tutte le sensibilità, anche tra i cattolici, quelli che da sempre sembrano i più convinti della scelta fatta nel 2007.

Il governo Monti, con il forte richiamo all'impegno attivo del Partito Democratico - impegno a questo punto non solo di opposizione -, sta facendo emergere le molte contraddizioni di un soggetto che ha sempre posticipato, fin dalla sua nascita, un confronto serio ed approfondito sui temi portanti dell'incontro tra due culture.
Un confronto mai affrontato che ha spinto nella giornata di ieri alcuni esponenti cattolici del Pd bresciano a dichiarare come alcuni temi - il testamenti biologico, la questione morale ed altri - non siano condivisi, e siano quindi elementi di rottura, all'interno del Partito Democratico. Temi questi che una forza progressista moderna ed europea non può permettersi di non affrontare nella loro interezza, e che sopratutto la base chiede di affrontare come ha dimostrato la buona percentuale di voti presi dal Sen. Marino durante l'ultimo congresso del Partito Democratico.
Un aut aut quindi da parte dell'ala destra che cerca di fermare alcuni dibattiti su temi caldi come quelli sopra detti. Per questo non dobbiamo stupirci di aver assistito nella giornata di ieri ad alcune dichiarazioni critiche e preoccupate anche da esponenti di primo piano della destra del partito (Peli e Manzoni su tutti) che azzardano anche alcune frasi dalle tinte fosche e piene di malumori sul loro non riconoscersi pienamente nella struttura e nei valori fondanti del Partito Democratico.

Se andiamo oltre ai malumori dei singoli possiamo però scorgere le grandi manovre dei cattolici del Partito Democratico. In questo periodo, in vista probabilmente di un congresso neanche da loro richiesto, si stanno attrezzando e stanno provando a mettere in piedi manovre di convergenza che possano lasciarsi dietro alcuni strascichi ereditati da alcune vecchie divergenze nell'allora Margherita.
Emblematico in questo senso incontrare anche esponenti del centro che in passato avevano preso strade diverse - Frati, Del Bono - dalla corrente principale.

E mentre i cattolici cercando prove di unità, dalla parte opposta gli ex Ds continuano ad azzannarsi tra di loro rievocando antiche rivalità non solo politiche.



venerdì 25 novembre 2011

Operazione Red Christmas: 2 anni dopo

Scorrendo la pagina web di Repubblica mi sono imbattuto per caso in un articolo che racconta di come una docente della Bicocca presti il proprio ufficio ad una studentessa - mussulmana - per permetterle di pregare non avendo ella altri luoghi a disposizione per espletare questa necessità spirituale.
Nel leggere ciò mi è venuta alla mente una iniziativa analoga che come Progetto Ingegneria e Studenti Per portammo avanti all'incirca due anni fa.
Era il periodo durante il quale la provincia bresciana era balzata agli onori della cronaca nazionale per alcuni provvedimenti razzisti e xenofobi di amministrazioni leghiste nella provincia. Il white Christmas di Coccaglio e l'ordinanza anti immigrati a Trenzano avevano riportato all'attenzione di tutti il serio problema di convivenza tra culture diverse ed in particolare l'arretratezza culturale di una certa destra italiana.
Cosi, consci che il l'università non è un mondo a parte ma si innesta all'interno della società, decidemmo di lanciare una nostra proposta/provocazione con il nome in codice di Red Christmas - per fare il verso alla famosa operazione coccagliese - invitando la stampa, bresciana e non, ad una conferenza stampa. E' inutile dire che all'epoca fummo snobbati da tutti i giornalisti, probabilmente troppo impegnati a scrivere di luci ed addobbi causa il Natale in avvicinamento.

Partivamo dal dato di fatto che molti studenti di fede non cattolica non avevano a disposizione alcun luogo di culto per poter espletare i propri obblighi di fede. La città, all'allora come adesso, non metteva a disposizione alcuna location raggiungibile per gli studenti stranieri. Proponemmo, anche se poi non se ne fece più nulla per l'opposizione dell'allora Rettore Preti, la creazione di due stanze multiconfessionali, una per il polo nord e l'altra per il polo sud. Nessun simbolo per includere tutti i simboli. Un luogo di incontro con la spiritualità personale nel pieno rispetto della spiritualità degli altri. Una stanza bianca, vuota di ogni cosa tranne che di alcune panche. Non una propaganda alla religione, ma un servizio che l'università avrebbe dovuto dare agli studenti per coprire una profonda mancanza della società.

Cosi ad un mese di distanza da quel giorno, condivido nuovamente con tutti il documento che Matteo Domenighini scrisse per conto delle due liste universitarie.

Le liste universitarie STUDENTI PER e PROGETTO INGEGNERIA sentono la necessità di intervenire per manifestare il proprio disagio per i recenti avvenimenti che hanno portato la nostra provincia di Brescia al centro dell’attenzione mediatica nazionale. Il riferimento è ai provvedimenti assunti da alcuni comuni del nostro territorio in materia di immigrazione e di integrazione culturale, ed in generale a quel clima di intolleranza che si fa sempre più avvertito e sempre più opprimente.
Non è nostra intenzione fare una polemica strumentale e fine a se stessa, ma introdurre nel nostro Ateneo una riflessione sul ruolo e sulla responsabilità che come istituzione esso deve esercitare nella società e nel territorio in cui è inserito. La scelta di assumere tale posizione di rilievo riteniamo non sia più rinviabile: è il tempo di decidere se accontentarsi di produrre solo semplici laureati o fare un passo avanti formando cittadini responsabili e civili.
Tanti e vari sono i fatti che ci sentiamo di denunciare in quanto assurdi, quando non abominevoli. Si parla di introdurre l’insegnamento del dialetto nelle scuole, mentre si cerca di internazionalizzare delle Università e mentre il 45% degli studenti universitari, secondo una recente ricerca, non padroneggia la lingua italiana.
Si parla di impedire ad una famiglia di seppellire un bambino in un cimitero, perché non battezzato, si parla di difendere la nostra religione da una presunta invasione e ci si dimentica il vero messaggio cristiano di solidarietà, accoglienza e rispetto reciproco.
In ultimo i fatti documentati nel servizio trasmesso nella puntata di giovedì 17 dicembre di AnnoZero. Si giustificano questi atti dicendo “chissà perché noi dobbiamo essere democratici mentre invece i loro paesi non sono democratici per niente”. E’ una risposta da Paese civile? Il nostro obiettivo è appiattirci verso il basso o, piuttosto, tendere ad una società più giusta?
Ancora più inquietante è sentire parlare i nostri coetanei, ossia il futuro della nostra società, di una democrazia solo per gli italiani, sentirli urlare slogan come “Italia agli italiani, fuori gli ebrei e gli africani”. È sempre più avvertito un clima di intolleranza, di sospetto, di volontà di prevaricazione e di affermazione di sé stessi non dimostrando le proprie capacità, ma isolando e combattendo gli altri, facilmente i più deboli.
Non ci si rende però conto che stiamo parlando di persone, di padri e madri, di bambini ed anche di quei tanti studenti che condividono con noi ogni giorno la vita universitaria, da cui ci distingue solo il luogo di nascita, ma che come noi passano le stesse giornate sui libri a studiare, in aula a seguire lezione, che hanno le stesse angosce pre­esame, gli stessi sogni di laurearsi.
La nostra Università, proprio in questo senso, è lo specchio del nostro territorio, raccoglie la stessa varietà etnica, culturale e religiosa, ospitando infatti un gran numero di studenti stranieri, che provengono da Paesi dell’Est Europa, dall’Africa, dell’America Latina, del Medio Oriente e dell’Asia.
Proprio da questo luogo che per tutti e da sempre è il luogo di cultura per eccellenza, quindi, deve partire un esempio forte di convivenza, tolleranza, rispetto reciproco e parità di diritti tra tutte le etnie.
Sottolineiamo comunque che finora nessun atto di intolleranza o discriminazione si è mai verificato o è stato denunciato; anche se qualcuno cerca anche qui di inserire questo clima discriminatorio, come la lista che durante la scorsa campagna elettorale universitaria proponeva di assegnare preferibilmente gli alloggi universitari agli studenti originari della nostra zona.
Riteniamo però che in questo momento sia fondamentale rendere visibile a tutta la nostra società questo modello; non significa sostenere un partito o l’altro, una religione o l’altra, significa dire: “Guardateci, una convivenza pacifica e tollerante è possibile”.
La proposta che presentiamo oggi, e prossimamente proporremo negli organi accademici, si inserisce nel solco di questo sentiero virtuoso.
Crediamo che convivenza pacifica fra le varie culture e religioni non significhi annullamento di ognuna di esse, ma che ognuna deve avere il suo spazio per poter essere “vissuta” rispettando le altre.
Proponiamo, quindi, che vengano individuati nel nostro Ateneo due luoghi, uno per il Polo Ingegneria­Medicina ed uno per il Polo Giurisprudenza­Economia, in cui ogni studente può avere un momento personale di preghiera o riflessione. Si tratta di aule multiconfessionali in cui non sia presente alcun simbolo religioso, ma in cui ogni religione abbia il suo spazio, che è delimitato dal rispetto per gli altri che ne vogliono usufruire.
Inoltre sarebbe questo un luogo particolarmente utile per gli studenti fuori­sede degli alloggi universitari, i quali possono così avere uno spazio anche per questi momenti personali.
Sarebbe uno straordinario esempio di possibilità di incontro, che dallo stretto ambito universitario si espanda a tutto il territorio grazie agli studenti, elementi essenziali della società, che traducano ciò in comportamenti e atteggiamenti quotidiani a casa, con gli amici e in tutte le attività extra­ universitarie.

Avanza la schizofrenia?

Che il Partito Democratico abbia un so che di problematico se ne sono accorti tutti, dentro e fuori l'organizzazione, eppure si continua imperterriti nel voler aggiungere problemi ad altri problemi e cercare di farsi male a tutti i costi.
Non posso che leggere questo intento nella richiesta di un congresso da parte di esponenti di tutte le correnti, che, anziché preoccuparsi di analizzare in modo serio e senza preconcetti (da una parte e dall'altra) le proposte del governo Monti, pensano a come eliminare politicamente la fazione avversaria facendo leva su una richiesta di chiarimenti dettato dal nuovo impegno che il Partito Democratico ha nella maggioranza tecnica di supporto.
Per fortuna che il Partito doveva essere inclusivo. Cosi inclusivo che si chiedono le dimissioni di un membro della segreteria non per incapacità o nullafacenza, ma, perché la pensa in modo differente, e lo palesa, rispetto il richiedente le dimissioni. Poco o nulla importa se la linea votata dai delegati nel Partito sia quella del membro di segreteria.

Sotto questo aspetto non ci sarebbero dubbi nel dire che quella che avanza è la schizofrenia e non certamente il buonsenso. Ed ulteriore prova di questa avanzata arriva dall'ultimo sondaggio della Demos che nella giornata di oggi pubblica i dati sulle interviste effettuate chiedendo quale sia il gradimento per le possibili future manovre del governo Monti. Cosi scopriamo che nonostante i famosi liberal del Partito Democratico compaiano praticamente su ogni testata giornalistica la base del Partito, almeno sui temi economici, guarda da tutt'altra parte.
 
I dati sono chiari. Nonostante una parte consistente della dirigenza del partito - compreso il senatore Ichino - continui a parlare di riforma del mercato del lavoro per rendere più semplici i licenziamenti, il 79,9% degli elettori del Pd sono contrari a questa tipologia di riforma. Contrarietà che, seppur in maniera inferiore, si conferma anche nel campo della riforma delle pensioni altro punto caldo di discussione all'interno del Pd. Una schizofrenia che si configura con i sintomi di uno sdoppiamento della personalità. Da una parte la base che guarda verso sinistra, dall'altra parte una dirigenza, o meglio una parte della dirigenza, che guarda verso il centro.
Ma allora perché arrivano a essere cosi fortemente considerati coloro che chiedono che il Pd porti avanti una linea economica liberista? In un partito democratico non dovrebbe essere a base a dettare e votare l'agenda politica dello stesso, e non l'ha forse fatto durante l'ultimo congresso quando è stato eletto a segretario Bersani? Non c'è da stupirsi. Come è avvenuto durante la prima Repubblica con i partiti di sinistra, una buona parte dell'opinione pubblica italiana spinge per una svolta neocentrista e liberista del più grande partito d'opposizione che viene cosi, risaltando a mezzo stampa le correnti centriste, descritto come desideroso di politiche nuove - sempre che il liberismo si possa considerare tale - e di lasciarsi dietro l'ala di estrazione socialdemocratica.
Come spiegare altrimenti l'improvviso feeling del Corriere della Sera, per non parlare del Foglio, con le correnti neoliberiste del Partito Democratico che con l'avvicinarsi della caduta del governo Berlusconi vedono una vera e propria escalation di presenze e di appoggi su questi, ed altri, quotidiani?  Oggi i media non si accontentano più di distorcere la verità. Essi la smontano pezzo per pezzo per poi rimontarla a proprio piacimento per dare una visione costruita a tavolino della realtà ed influenzare cosi le scelte dell'opinione pubblica. C'è chi si illude di aver sconfitto Berlusconi, ma cos'è tutto questo se non l'ennesima potenza del modello di egemonia culturale rivisto in chiave berlusconiana?

Partendo da queste considerazioni non si può che pensare che uno scenario peggiore non potrebbe esserci. Un partito politico che non solo non ha ancora trovato una propria collocazione nell'arco politico nazionale, ma che addirittura si fa imporre i temi e i tempi da parte di fantomatiche sensibilità che esistono solamente nei media amici.

Calo di iscrizioni all'università italiana


Il grafico mostra l'andamento in percentuale di nuove matricole in rapporto al numero di studenti diplomati rispetto l'anno scolastico precedente. Lo studio compiuto dall'Istat - il grafico è stato preso dal loro sito - analizza una serie storica che va dall'anno accademico 2002/03 per arrivare solo fino all'anno accademico 2008/09, non essendo disponibili all'atto della ricerca i dati degli ultimi A.A. Analizzando comunque i dati relativi agli ultimi anni possiamo vedere che c'è una consistente diminuzione di immatricolati che persiste anche negli ultimi anni non coperti dallo studio effettuato dall'Istat.

L'università italiana è sempre meno percepita come una tappa fondamentale per l'inserimento nel mondo del lavoro o come ascensore sociale.
Sempre più giovani italiani preferiscono direttamente l'immissione precaria nel mondo del lavoro, anziché investire dai 3 ai 5 anni nel mondo universitario. Questo perché per molti indirizzi di studio universitari la precarizzazione del lavoro post-laurea è ormai una realtà consolidata all'interno di un mondo del lavoro sclerotizzato ed incapace di riconoscere, e valorizzare, le capacità acquisite anche in campi non tecnici.
Capita cosi che gli studenti di percorsi di studio umanistico abbiano d'innanzi a se l'unica prospettiva dell'insegnamento, mentre in altri mercati - sotto questo punto di vista sicuramente più avanti di quello italiano - essi sono visti come una fondamentale e basilare risorsa intellettuale nella parte gestionale ed amministrativa delle aziende.

Inoltre se a ciò aggiungiamo che negli ultimi due anni l'università italiana è stata duramente attaccata dai media nazionali, per scandali veri o presunti, che ne hanno minato la credibilità giungiamo a comprendere il motivo per il quale molti studenti abbiano perso fiducia nell'istituzione universitaria.

Infine, sempre negli ultimi due anni, con il netto e quasi totale - 95% - taglio del fondo per il diritto allo studio si è esclusa un'ulteriore percentuale di studenti. Il ruolo di ascensore sociale, intrinseco nell'istituto universitario viene meno e coloro che non possono permettersi gli studi se non aiutati dallo Stato fanno venir meno la propria iscrizione.

lunedì 21 novembre 2011

Un'Italia senza democrazia? Per molti è possibile

In Italia esiste un problema Democrazia.
E non mi riferisco al nuovo governo Monti, come qualche malpensante potrebbe sostenere, che è in piena regola con quanto dettato dalla Costituzione, ma alla scarsa percezione, e fiducia, che gli italiani mostrano verso la forma di governo che da il potere al popolo.

Secondo una ricerca dell'istituto Demos dal titolo "Gli italiani e la democrazia" risulta che solo il  67.4% degli italiani ritengono la democrazia come "preferibile a qualsiasi altra forma di governo", mentre un 22.7% - quasi un cittadino su 4 - ritiene che non ci sia alcuna differenza tra un regime democratico e un regime autoritario.

Gli italiani sono ancora alla ricerca del leader carismatico e populista, dimenticando le esperienze del ventennio, non solo fascista. I numeri confermano questa mentalità che da sempre domina le menti del popolo italiano, già da quando ancora non erano un abitanti di un unico Stato.

Opinioni queste che se insiste nella filosofia dell'italiano medio, sono state rafforzate negli ultimi anni anche dalla profonda crisi del sistema politico italiano. Infatti come ci fa notare la seconda tabella la percentuale di coloro che preferisce la democrazia sopra ogni altra forma di governo va calando dal 2008 ad oggi (tra il 2001 e il 2008 c'è una leggera crescita a scapito delle altre due classi) con una flessione di circa 4 punti percentuali. Un calo leggermente più contenuto (-2.9%) anche per chi pensa che il regime autoritario possa essere una soluzione preferibile solo in alcune circostanze. Una buona percentuale di italiani si riversa quindi nell'ultima classe di italiani, quella che pensa che non ci sia alcuna differenza tra i due sistemi politici - +6,5%.
Una crescita netta dettata, come già detto, dalla crescente sfiducia nella classe politica italiana che di riflesso colpisce anche il sistema democratico.
Non è certo un caso che la sfiducia verso il sistema democratico cresca nel momento in cui la legge elettorale impedisce agli elettori di indicare le preferenze per i propri parlamentari, e a seguito del susseguirsi di scandali politici e giudiziari e di continui cambi di casacca da parte dei parlamentari.
La percezione che i politici una volta eletti facciano esclusivamente i loro interessi, porta, con una punta di populismo e demagogia alimentata a dovere, ad una sfiducia generale verso il sistema democratico non essendo in grado di distinguere tra sistema politico e politici. L'ultima tabella della ricerca è anch'essa significativa. Suddivide gli intervistati in base alle intenzioni di voto.

La tabella ci fa notare che, nonostante quanto si dica, gli elettori più affezionati alla democrazia siano coloro che dichiarano il proprio voto per Sinistra Ecologia e Libertà, seguiti - a 4 punti percentuali - da quelli dell'UdC. A solo 9 punti di distacco - comunque terzo partito - gli elettori del Partito Democratico, cui nonostante il nome ben il 16% degli elettori sono indifferenti al sistema di governo. Un campanello di allarme questo che dovrebbe indurre i dirigenti del partito ad una profonda analisi del proprio elettorato e a conseguenti misure per migliorare la percezione della politica presso di loro. Decisamente molto più grave invece la situazione nei partiti del centrodestra. Sia Lega Nord che il PdL superano di poco il 50%, mentre coloro che sono indifferenti superano il 30% degli elettori.

Infine, sempre parlando di problema democratico in Italia, riporto la tabella di un'altra ricerca condotta sempre da Demos dal titolo "Il governo Monti ha la fiducia degli italiani".
In una delle domande, si chiedeva agli intervistati, se in base alla sua idea di democrazia la scelta di formare il governo Monti era legittima o meno.
E' preoccupante notare come solo per il 22.5% degli intervistati - con elettori del Pd ed UdC, i partiti che più hanno sponsorizzato questo governo, che alzano sensibilmente la media - il governo Monti è legittimo, mentre invece ben il 65,8% degli intervistati ritiene il governo non legittimo ma giustificato solamente dalla grave crisi in cui versa lo Stato italiano.
Tralasciando il fatto che secondo la Costituzione questo Governo ha la stessa legittimità di quelli che l'hanno preceduto, avendo avuto questa legittimità direttamente dal parlamento, unico organo deputato a darla, torniamo sulla percezione di democrazia che ha il popolo italiano.
Ancora una volta il popolo italiano accetta una limitazione della democrazia - tale è se non considera il governo legittimo - a fronte di una situazione di emergenza.
Su questo piano il sistema politico, e quindi i partiti, tra cui in primis anche il Partito Democratico anche per la storia che si porta dietro, dovranno lavorare sodo per riportare tra il popolo italiano la convinzione che la democrazia sia un qualcosa di imprescindibile per qualsiasi paese libero.
Tale azione, dettata anche da quanto sopra esposto, non può che partire da un completo ricambio della classe dirigente italiana.

venerdì 18 novembre 2011

Il PTA contro la ristrutturazione dell'Ateneo

A proseguire le agitazioni in tutta Italia nell'ambito universitario non sono solamente gli studenti che chiedono un miglioramento del sistema del welfare studentesco.
Con la riforma Gelmini sono profondamente cambiati anche gli assetti amministrativi interni - giusto per citare quello più famoso, la scomparsa delle facoltà. A seguito di ciò l'amministrazione dell'ateneo bresciano, nella persona del Direttore Amministrativo, ha avviato una profonda ristrutturazione organizzativa che comporterà ricollocamenti e nuove mansioni per molti degli impieghi oggi a servizio presso l'Ateneo.
Ciò, unito alla scarsa condivisione del progetto e alla scarsa informazione dell'Ateneo presso i propri dipendenti, ha comportato la convocazione di un'assemblea del personale da parte delle RSU.

L'assemblea dopo un lungo confronto e con il parere contrario della componente della CGIL ha votato e pubblicato il seguente documento


MOZIONE APPROVATA DALL'ASSEMBLEA DEL PERSONALE T.A.

DELL'UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI BRESCIA

del 18/11/2011

Premesso che il cambiamento organizzativo e lavorativo non può essere fonte di preoccupazione per chi come il PTA universitario, si è trovato a dover affrontare riforme continue, che si sono succedute negli ultimi quindici anni,

RITIENE

non sia accettabile subire un trattamento che ha come retropensiero una considerazione negativa del personale che discende direttamente dalla propaganda contro il pubblico impiego.

CHIEDE

- di cessare di applicare una riforma che ancora non può essere operativa,

- la sospensione del decreto unilaterale di riassetto organizzativo dell'Amministrazione centrale e la sospensione dei processi di accorpamento dei Dipartimenti, ed avvio di un contestuale confronto sugli obiettivi e sugli strumenti di un modello organizzativo che deve essere condiviso.

L'assemblea si riserva di intraprendere eventuali iniziative a difesa del personale Tecnico amministrativo.

Personalmente mi ritrovo nella linea espressa dai delegati CGIL. La riforma Gelmini è ormai legge e l'Ateneo cittadino necessita di ristrutturarsi per rispondere alle nuove regole e servizi. Questa intento dev'essere però compiuto con il fine di razionalizzare le spese e non tagliare i servizi o il personale, che ricordo, se confrontato con i corrispettivi delle altre università d'Italia sono i meno remunerati.
Al contempo bisogna riconoscere che l'amministrazione non è sempre stata tempestiva e chiara nelle comunicazioni al personale tecnico amministrativo. Problematica questa emersa anche durante l'ultima seduta del Senato Accademico, quando, discutendo della soppressione del CEDISU e dell'accorpamento del servizio bibliotecario, sia la delegata del PTA, la Dott.ssa Antonella Melito, sia i presidi Prof. Canziani e Prof. Belfanti hanno reso nota la scarsità di informazioni pervenute al personale amministrativo e la loro conseguente preoccupazione.
Se a ciò uniamo le sempre più insistenti voci, anche a mezzo stampa, di una prossima fusione con l'Università di Bergamo arriviamo a comprendere per quale motivo gli impiegati della Statale bresciana abbiano prodotto la mozione sopra pubblicata.

Ancora una volta come studenti ci auspichiamo che l'amministrazione e i dipendenti possano sedersi ad un tavolo e ragionare insieme circa la riorganizzazione amministrativa dell'Ateneo cittadino.